venerdì, 05 dicembre 2008

The Millionaire

L'incontro tra il ritmico Danny Boyle e la naturalezza del caos indiano: a spuntarla un giovane dei bassifondi, stella del telequiz
The Millionaire
The Millionaire
Voto: 7   Alcuni incontri sono dirompenti. Come quello tra il cinema ritmico di Danny Boyle e la naturalezza del caos indiano. Ne esce The Millionaire , ottava fatica del regista di Trainspotting , nonché ode al montaggio esplosivo. Polvere di spezie ma anche da sparo, il film si ispira al bestseller "Q&A" dell’indiano Vikas Swarup in cui si racconta l’inspiegabile successo del giovane Jamal Malik al popolare telequiz "Chi vuol esser milionario". Inspiegabile perché il ragazzo è uno "slumdog", un figlio dei bassifondi (gli "slum") di Bombay, membro di quella casta di miserabili da cui si può solo migliorare. Orfano ma col fratello maggiore Salim e l'amichetta del cuore Latika, Jamal vive infanzia e adolescenza tra fughe e rincorse, finché – divenuto Chai-wallah (ragazzo che porta il tè) in un call center – approda casualmente alla trasmissione. Ogni sua risposta è la risultante di un collegamento a un episodio della vita. Osannato dal popolo quale eroico riscatto degli "ultimi", ma ostacolato dal gotha dello show, Jamal sorprende per la sua integrità dickensiana: gli sta più a cuore il ritrovamento dell’amore di Latika che non la vittoria di 20 milioni di rupie. Se la favola induce a intuire il raggiungimento di entrambi, il film non lo rivela favorendo l’effetto sorpresa. E la regia di Boyle è come una danza di contrappunto, impeccabile nei flashback che alternano le esperienze di Jamal ai momenti del gioco, imbastiti da un incalzante andamento audiovisivo – seppur più colorato e rumoroso – già utilizzato per raccontare quei ragazzacci scozzesi a cui deve gran parte della celebrità. Benché non ai livelli del capolavoro Trainspotting , The Millionaire è indubbiamente un film di notevole realizzazione, girato tra l’altro in situ, a Dharavi, il più vasto slum dell’India, e interpretato da bambini non-attori raccolti in loco: l’inclusione nel cast ha dato loro l’occasione di andare a scuola, regalando forse un “destino” (concetto onnipresente nella cultura indiana e dunque nel suo cinema, anche quando di Brit-produzione) che non avrebbero mai sognato.
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alexander walker
aldo maglione
Inviato sabato 24 gennaio 2009 11.29.15
perche' noi italiani non facciamo films del genere.una volta eravamo maestri del neorealismo.adesso facciamo filmetti tipo natale a zagarolo etc etc. oppure filmetti sull'amore.non se nepuo' piu' aridimensionateve.
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